
Francia, 2001. Il regista Jean-Pierre Jeunet scrive e dirige Le Fabuleux Destin d’Amélie Poulain, approdato nelle sale italiane il 25 gennaio 2002. Un’intima e dolce favola moderna che vede come protagonista Amélie –Audrey Tautou– alle prese con le quotidiane e bizzarre avventure della sua vita. La colonna sonora è firmata da Yann Tiersen, che accompagna delicamente la storia in un’atmosfera sognante.
Amélie Poulain è una giovane ragazza cresciuta assieme a suo padre medico e a una madre nevrotica che muore in seguito a un incidente. In generale, il clima della sua famiglia è molto freddo, tanto che il padre scambia l’affettività della figlia per anomalie cardiache. La pellicola si presenta fin da subito come una sorta di fiaba, dove gli avvenimenti in cui la ragazza si imbatte sono delle vere e proprie caricature, così come i personaggi: folli e macchiettistici. -In una tragicomica sequenza si noti come in un contesto così strambo persino il suo pesce rosso tenti il suicidio-. Una narrazione fiabesca in cui la protagonista è affascinata dalla semplicità delle piccole cose.
«Non ci sono uomini nella vita di Amélie. Ci ha provato un paio di volte, ma il risultato non è stato all’altezza delle sue aspettative. In compenso, coltiva un gusto particolare per i piccoli piaceri: tuffare la mano in un sacco di legumi; rompere la crosta della crème brulèe con la punta del cucchiaino; e far rimbalzare i sassi sul canale Saint-Martin.»

La regia è attenta a cogliere il punto di vista della ragazza attraverso i suoi occhi: una realtà a colori, armonica e soprattutto particolare. Il racconto è accompagnato da una voce narrante onnisciente, intenta a farci capire al meglio la visione della ragazza, mostrata attraverso il suo sguardo curioso e genuino. Sin da piccola, solitaria e incompresa, Amélie si rifugia nel suo peculiare mondo di fantasia, trascorrendo le giornate alla ricerca dei piccoli piaceri quotidiani, comuni a molti bambini ma non condivisibili per lei. Proprio per questo, la bambina che diventa presto una donna è pronta ad essere indipendente, ma mette in pratica il suo essere adulta con la fantasia di chi sogna ad occhi aperti. La sua storia, inoltre, non la facilita con le relazioni di qualsiasi genere e lo stesso atto di evitare quelle relazioni diventa una strategia per non essere rifiutati. Quello in cui vive la ragazza somiglia a uno strano mondo parallelo, dove tutti i personaggi di cui facciamo la conoscenza sembrano usciti da un cartoon.
Si trasferisce a Parigi lavorando come cameriera. Una sera ritrova una vecchia scatola contenente dei giocattoli e cianfrusaglie. Motivata a ritrovare il proprietario di quei ricordi, capisce che la sua missione nella vita risiede nell’aiutare il prossimo, un compito che svolge molto bene grazie alla sua empatia. Casualmente incontrerà Nino, un giovane collezionista di fototessere.
La regia e la comunicazione con lo spettatore
La storia che viene raccontata e mostrata allo spettatore costruisce attorno alla protagonista una cornice molto complessa che gioca sul piano comunicativo, artistico e visivo. La pellicola ha una palette di colori molto particolari, dove a predominare sono toni come il rosso e il verde, saturi e vivaci, che mettono in risalto personaggi e situazioni. Inoltre, il regista riprende i suoi personaggi con lenti grandangolari e ciò crea facce distorte, che ben si sposano con la scelta degli stessi attori. Singolari anche le inquadrature, insolite e creative, utilizzate per rendere le scene più dinamiche, creando un senso di meraviglia e stupore in un’ambientazione surreale e giocosa tra le strade di Parigi.
La pellicola rimanda ad alcuni elementi fondanti del cinema, come la raccolta delle fototessere strappate e ricomposte, che ricorda il montaggio o come il cliente del bar che registra e risente la sua voce, evocando l’idea del sonoro e del doppiaggio. Amélie viene rappresentata come una sorta di Alice nel paese delle meraviglie, in un mondo strano e caricaturale, fatto di singolari personaggi. Molti sono gli sguardi che Amélie riserva alla macchina o, meglio, allo spettatore. Infatti, la protagonista sembra avere un rapporto speciale con il pubblico, facendolo immergere nel suo mondo e a cui dedica le sue riflessioni. Per lo spettatore, è un piacere guardare questa strana vita fiabesca, accompagnata da una colonna sonora che rende il tutto magico. Proprio le musiche, infatti, risultano una delle componenti più importanti nella buona riuscita del film, grazie alle quali non si avrebbe lo stesso grado di immedesimazione. I numerosi sguardi che Amélie rivolge al suo spettatore sono fondamentali. La giovane per tutta la sua vita non si “lascia guardare” da nessuno e a nessuno è concesso di entrare all’interno nella sua mente. Concede questo solo allo spettatore, confidandosi con lui e considerandolo come un amico. Infatti, tanta è la paura nel concedersi all’altro, che al primo appuntamento con Nino si presenta con una maschera, per poi darsi alla fuga.
In conclusione, il regista fa immergere lo spettatore in un racconto singolare , tenta una comunicazione con il pubblico attraverso la nostra protagonista, lo invita lasciarsi abbandonare ai piccoli piaceri proprio come fa Amélie e soprattutto crea un rapporto tra attore e spettatore che è unico, che appartiene solo a loro, dove la protagonista si rifugia ma dove anche chi guarda trova riparo.
