Il 2025 si apre con uno dei prodotti più attesi e discussi degli ultimi tempi: M- Il figlio del secolo, mini serie tratta dall’omonimo romanzo del giornalista Antonio Scurati. Tematica principale l’ascesa al potere di Benito Mussolini, in un arco temporale che va dal 1919 al 1925. In onda su NOW TV dal 10 gennaio, l’opera è diretta da Joe Wright, che fa raccontare in prima persona in maniera diretta e dinamica le vicende al protagonista M., interpretato da Luca Marinelli.

La stora si fa partendo dagli ultimi, lo sapete? Si attizza la loro rabbia, gli si mettono in mano le bombe e le rivoltelle e all’occorrenza matita elettorale.

M., M – Il figlio del secolo, Joe Wright (2025), 00:43

Le immagini in bianco e nero del ventennio fascista e la voce narrante del protagonista introducono lo spettatore alla visione della serie, mostrando morte, trionfi, vittorie e distruzione di un’Italia persa nella propria storia, nella propria situazione politica ed economica. Benito Mussolini parte proprio dagli ultimi per costruire il suo ideale, tramutato poi in una rapida ascesa al potere. Infatti, la fondazione dei fasci di combattimento italiani nel marzo 1919 segna un punto di svolta nella storia dell’Italia.

LA REGIA, IL RAPPORTO ATTORE-PUBBLICO

Il Mussolini della serie si rivolge sin da subito allo spettatore rompendo la quarta parete. La regia infatti fa dello sguardo in macchina l’inquadratura che caratterizza buona parte di tutte le puntate. Dalla prima sequenza, il protagonista guarda in macchina introducendosi e parlando di sé dritto verso lo spettatore. La camera lo segue e lui si rivolge ad essa spesso e volentieri, compiaciuto da sé stesso e convincente verso chi osserva. Nel momento in cui rompe la quarta parete lo fa con l’intenzione di dialogare con lo spettatore e proprio grazie a ciò quest’ultimo tende ad empatizzare con il protagonista. Un’empatia che si costruisce anche grazie l’immersione nella sua vita privata. Siamo a tutti gli effetti un aspirante elettore a cui indirizzare il proprio pensiero. Ciò che ne esce fuori è la figura di un uomo astuto, potente, aggressivo e persuasivo, senza scrupoli, simpatico e traditore, anche di sé stesso. Ma tutta l’empatia costruita tra chiacchiere e carisma si distrugge in un attimo quando la regia ci contrappone le sue parole con la ferocia messa in atto dalle camicie nere, in nome di una violenza necessaria.

L’opera si lascia guardare con molto piacere, grazie alla sua dinamicità e scene d’azione. Tre i punti che contribuiscono all’ottima resa finale. Primo fra tutti la regia e il montaggio, uno dei punti più forti della narrazione, con tagli rapidi e alternati, originali e futuristi. Non ci si annoia. Proprio la corrente futurista la fa da padrone, in un mix di velocità, nuove tecnologie e l’esaltazione per la guerra. Tra le figure storiche del periodo, la serie ci introduce personalità come Gabriele D’Annunzio, padre spirituale di Mussolini, o come Filippo Tommaso Marinetti. La sua recitazione futurista associata alle musiche alterna in un montaggio la poesia alla violenza fascista, unica nel suo genere, con immagini che ricordano l’ultraviolenza di Alex e i drughi in Arancia Meccanica (1971) di Stanley Kubrick. In secondo luogo, proprio la musica e quindi la colonna sonora creata dalla mano di Tom Rowlands (The Chemical Brothers). Sconnessa e aggressiva, insieme al montaggio costruisce la dinamicità delle sequenze. Infine, la cupa e tetra fotografia affidata a Seamus McGarvey. I giochi di luci ed ombre tra il grottesco e l’espressionismo, specie in ambientazioni chiuse, scolpiscono scenografia e volti dei personaggi. Alcuni dubbi sulla ricostruzione dei set all’aperto.

LA DONNA

Uno dei pochi altri personaggi che si rivolge al pubblico è Rachele Guidi, moglie di Mussolini. Una donna messa in disparte da ogni contesto che non riguardi quello della famiglia, rimanendo sempre al fianco del marito e definendosi la sua roccia. Il suo rivolgersi verso la camera risulta quasi essere una sorta di intervista, pochi minuti in cui si racconta manifestando il proprio disagio, ma con la volontà di mascherare la propria condizione. Una donna che difende l’indifendibile, dedita alla famiglia e consapevole che pur essendo sua moglie, sarà sempre la seconda scelta. L’idea di violenza che M. persegue si riflette anche tra le mura domestiche, espressa da Rachele stessa quando eleva ad amore la violenza messa in pratica per averla, spacciandola per galanteria e coraggio. La sua persona viene rilegata a mera figura di madre e moglie che si mostra forte dinanzi la macchina e che minaccia addirittura di andarsene e lasciare il nucleo familiare, ma con gli occhi pieni di consapevolezza di chi sa che ciò non accadrà mai.

La sua condizione rispecchia quella di molte donna di quegli anni, impegnate solo ed esclusivamente all’interno delle mura di casa, estranee alla vita politica e alle avventure dei propri uomini. Un plauso a Benedetta Cimatti che regala una splendida interpretazione, malinconica ma non debole, in particolare nei forti dialoghi a due con M. in dialetto romagnolo.

L’appartenenza a un determinato status sociale ne determina l’indipendenza, sia intellettuale che economica. Questo è il caso di Margherita Sarfatti -Barbara Chichiarelli- borghese e critica d’arte risplende come donna forte ed indipendente, cupa e gotica, scrittrice che finirà per essere l’amante e consigliera di Benito e che ne determinerà in modo significativo l’ascesa al potere.

Le due donne, pur appartenendo a due ceti sociali differenti, ci fanno capire come fosse faticoso far sentire la propria voce, l’una ricercando attenzioni nella propria dimora, l’altra facendosi strada tra intellettuali e salotti in un mondo governato da uomini.

PERPLESSITÀ E CONCLUSIONI

La serie, sommando molti fattori, risulta molto ben scritta e girata. Come la maggior parte dei prodotti Sky, anche questa volta ciò che ne è venuto fuori risulta essere di alta qualità. Purtroppo, risultano esserci delle criticità. -puramente soggettive e personali-

Nonostante il grande lavoro svolto da Luca Marinelli nella preparazione del personaggio, le ottime espressioni facciali e un buonissimo dialetto romagnolo, la scarsa somiglianza fisica con la figura storica non permette allo spettatore l’immedesimazione nel racconto. O meglio, ci riesce ma in parte e non a tal punto da vedere in quell’attore la figura storica di Benito Mussolini, come ad esempio nel caso della bellissima interpretazione di Mario Adorf, doppiato da Ivo Garrani, ne Il delitto Matteotti (1973) di Florestano Vancini. Un attore, quindi, con caratteristiche fisiche più vicine a quelle del dittatore sarebbe stata più azzeccato.

Inoltre, forse per volere della stessa regia, la rappresentazione del protagonista risulta spesso caricaturale. Sembra quasi esserci la volontà di ridicolizzare la figura storica di Mussolini. A tratti risulta quasi come un comico, una macchietta in una rappresentazione più berlusconiana che fascista. Sicuramente, l’idea di Mussolini che si è voluta mettere in scena strizza l’occhio alla modernità e alla comunicazione con il pubblico odierno, confermato anche da battute che rimandano alla politica di oggi; ma se ci fosse stato un approccio più neutro al personaggio mantenendo comunque la diretta comunicazione con lo spettatore, il risultato sarebbe stato più convincente rischiando così di non cadere nell’esagerazione.